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Tamburelli del Gruppo Folk Aulos


Canti Cunti &
Leggende di Sicilia


Gruppo Teatro Tempo









































































































































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Info: Raimondo Catania 335 60 89 666 oppure Nicola Grasso 335 61 46 610


" 'O cuntaccillu a Tofulu "

Tofano di Arezzo
Boccaccio 7 giornata 4 Novella


Ad Arezzo vi era un bel giovane di nome Tofano che era molto geloso della moglie
la quale mal sopportava la sua gelosia e decise di andare con un altro uomo e tutte le sere,
puntualmente lo faceva ubriacare e lo metteva a dormire così se la poteva intendere con
il suo amante talvolta in casa sua, talvolta in casa di lei.

Un giorno il marito, capendo qualcosa, finse di ubriacarsi e quando la donna andò a casa
del suo amante, la chiuse fuori e al suo ritorno non la faceva entrare.
Cosicché la donna minacciò di buttarsi dentro al pozzo così la gente avrebbe creduto che
l'avesse buttata lui mentre era ubriaco e direttasi verso il pozzo buttò una grande pietra, provocando un tonfo enorme.

Lui credendo che si fosse buttata, uscì di corsa per salvarla, però lei, che si era nascosta
dietro la porta, entrò in casa e a sua volta lo chiuse fuori, giustificando la sua azione come
una punizione per la sua gelosia, così si riconciliarono e lui le promise che non sarebbe
più stato geloso.




Aci e Galatea

I greci spiegarono la ricchezza d’acqua dolce della zona etnea con la leggenda di Aci e Galatea.
Aci era un pastorello che viveva lungo i pendii dell’Etna. Di lui era innamorata la ninfa Galatea, figlia del dio marino Nereo.

Il rozzo ciclope Polifemo, invaghitosi della ragazza, uccise il rivale lanciandogli un macigno (uno dei faraglioni).

Gli dei, impietositi dallo strazio di Galatea, trasformarono il sangue di Aci in un fiume che trova pace nel mare dove l’attende l’abbraccio della sua innamorata.

Ancora oggi il fiume Aci scaturisce da sotto una rupe di lava (simbolo di Polifemo) e spinge il suo corso fino a mescolarsi nel mar Ionio, con la spuma di Galatea.

La leggenda di Colapesce

Un tempo a Messina visse un giovane pescatore, chiamato Cola. Il mare era la sua casa: vi passava i giorni e le notti. Era capace di stare settimane e mesi sott’acqua, come un pesce.
Per questo lo chiamarono Colapesce. Intorno alla figura di Cola si sono sviluppate diverse leggende.
Una di queste è :

Colapesce e Federico.

Il re Federico, incuriosito dalla fama di Colapesce, decise di metterlo alla prova Nelle acque di Messina gettò una coppa d'oro chiedendo a Colapesce di andare a prenderla.

Quando egli risalì, descrisse al re il paesaggio marino, i pesci e le piante che aveva visto. Il re, ancora più incuriosito, gettò la sua corona in mare in un punto più lontano: Cola si tuffò e cercò per due giorni e due notti; per due volte passò sotto la Sicilia fino a quando ritrovò la corona ed emerse dal mare.

Il re gli chiese cosa avesse visto e lui rispose che aveva visto la Sicilia poggiare su tre colonne: una era rotta ma resistente, la seconda era solida come granito, la terza era corrosa e scricchiolante; gli disse anche che aveva visto un fuoco magico che non si spegneva.

Il re desiderava avere maggiori informazioni: buttò nell'acqua un anello e invitò Colapesce ad andarlo a ripescare e riferirgli cosa avesse visto.
Il giovane era stanco e titubava ma il re insisteva e Colapesce non se la sentiva di rifiutare.

Decise di obbedire e disse che se si fossero visti risalire a galla un pugno di lenticchie e l'anello di certo non sarebbe più risalito.
Così si tuffò lasciando tutti in ansiosa attesa; dopo diversi giorni, si videro galleggiare le lenticchie insieme all'anello che bruciava.

Il re capì che il fuoco esisteva veramente nel mare e si rese conto che Colapesce non sarebbe risalito mai più: era rimasto a sostenere la colonna corrosa.

Pari 'nPileri

Lu Pileri era un solido tronco d'albero appositamente squadrato ( e piantato al centro dell'atrio del Palazzo Senatorio o Loggia ), cui venivano legati i trasgressori per ricevere le cingate.
Un tempo erano d'uso le cingate, che si elargivano con la cinga, quasi sempre fatta di duro cuoio, ai cittadini rei di determinate infrazioni.

Tutto ciò avveniva a Catania nel Settecento, in quell'epoca, un'ordinanza del Patrizio
(Sindaco) comminava <<tot cingate a lu pileri di la Loggia>>
In seguito l'espressione <<pari 'nPileri >> venne usata per indicare un uomo alto, forte e di sana e robusta costituzione.